Unioni (di disimpegno) civile

E così, dopo accese discussioni propedeutiche in tutti i consigli di zona (qui trovate il resoconto di quanto accaduto in Zona 6, visto dal combattente Perri) e una nottataccia in consiglio comunale, la Giunta Pisapia ha approvato il regolamento sulle unioni di fatto.

Tale regolamento, pur limitando i propri effetti ai soli ambiti amministrativi del comune e non costituendo un vincolo giuridico, di fatto parifica le prerogative della famiglia fondata sul matrimonio, riconosciuta e tutelata dalla Costituzione, ad una unione tra due individui – anche dello stesso sesso – legati unicamente da “vincoli affettivi” e residenti nello stesso comune, iscrivendoli in un registro appositamente tenuto dall’amministrazione.

Tralasciando ogni implicazione di carattere morale, e sorvolando sul fatto che siamo di fronte all’ennesima aggressione alle famiglie già duramente provate dalla crisi e da una tassazione iniqua e sperequata che non ha eguali in Europa, è fondamentale evidenziare il risvolto educativo che un approccio del genere reca con se.

Il matrimonio è un impegno pubblico, contratto di fronte ad un ufficiale di stato e alla presenza di testimoni: un impegno che prevede precisi doveri – ad esempio l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione (articolo 143 C.C.). A fronte di questi doveri la Costituzione riconosce alla famiglia le tutele e i diritti sanciti dagli articoli 29, 30 e 31.

I nostri figli saranno invece sempre più portati a confondere i desideri con i diritti, a trasformare ogni capriccio in pretesa, erigendo la precarietà affettiva e il disimpegno con la realtà e la responsabilità a metro di giudizio e di azione conseguente.

Nessun impegno, nessun dovere, nessuna richiesta – seppur abbozzata – di stabilità affettiva  (anche, è bene ricordarlo, a tutela dei figli) sono richiesti ai conviventi per poter ottenere l’iscrizione al registro delle unioni.

D’altra parte, se ci fossero stati avremmo dovuto chiamare questa “cosa” matrimonio.