Cerco di mettere ordine alla miriade di pensieri che si affollano nella mia testa da quando – purtroppo tutt’altro che inaspettata – è arrivata la notizia del ritorno alla Casa del Padre di Romano Colozzi.
La prima cosa che sento il bisogno di dire è che non ho mai conosciuto un altro uomo politico per cui l’idea che l’intelligenza della fede debba diventare intelligenza della realtà fosse così pienamente esperienza incarnata.
Perché Romano Colozzi era innanzitutto un uomo di fede che (mi) ha testimoniato con la sua vita e il suo lavoro che l’incontro con Gesù Cristo non è faccenda da Opere Pie ma questione per uomini e donne “liberi e forti”, capaci quindi di immischiarsi con le vicende del mondo, ingaggiando se necessario anche una lotta serrata.
E il modo di lottare dell’Assessore Colozzi – non ho mai smesso di chiamarlo così anche quando assessore non lo è più stato – era innanzitutto una attenzione al particolare che poteva sembrare maniacalità e invece era amore per il proprio lavoro. Leggeva tutto, studiava ogni dettaglio del problema che stavamo affrontando, fosse una legge di riforma dello statuto regionale o una norma finanziaria. Soprattutto aveva la grandissima capacità di guardare le questioni (la realtà, starei per dire) da tutti i punti di vista (secondo la totalità dei suoi fattori, diciamo) rimettendo in discussione gli assunti e le posizioni prese, smontando e rimontando il lavoro fatto da lui e dai suoi collaboratori.
Macinava migliaia di chilometri all’anno tra Milano, Roma e Cesena. Sempre lontano dalla famiglia che amava ma sempre teso a fare bene il proprio turno di guardia e poi tornare a casa.
Pretendeva molto da tutti noi perché pretendeva moltissimo da sé stesso. Per questo era temutissimo. E in effetti l’Assessore Colozzi poteva fare paura. Certamente induceva quel rispetto che si dovrebbe avere per le istituzioni (se queste non si fossero ridotte a brutte copie di influencer di Tik Tok) di cui lui è sempre stato la personificazione stessa. Era capace di massacrarti per un errore formale, facendoti rivedere centinaia di volte il lavoro ma una volta risolto o capito il problema si passava al punto successivo. Nessun rancore, nessun giudizio personale. La sua insistenza sul metodo e la sua dedizione al lavoro credo che siano le due lezioni più grandi che abbia lasciato a chi vuole fare politica oggi.
Certamente era un uomo di grande intelligenza, acume e fiuto politico. Ricordo quando “ereditammo” la delega al Bilancio nel 2001. Lui che si occupava di affari istituzionali e che aveva una formazione umanistica (era un insegnante) in pochissimo tempo – applicando quel mix di rigore, curiosità e metodo – divenne l’Assessore alle risorse finanziarie più bravo d’Italia e coordinatore per parecchi anni di tutti gli assessori alle finanze delle regioni, stimato da destra e da sinistra per la sua competenza.
Intelligenza della fede che si fa intelligenza della realtà dicevamo. Fu questo che gli consentì di bloccare per mesi l’approvazione presso l’Agenzia del Farmaco di cui era consigliere d’amministrazione della famigerata pillola RU486, portando obiezioni di merito giuridiche e procedimentali e non convincimenti morali che in quel contesto nulla avrebbero potuto.
Come tutti i migliori maestri ha insegnato con la propria vita più che con le parole.
Penso di dovergli molto, tutto probabilmente.
Arrivederci caro Assessore Colozzi, oggi mi sento un po’ orfano anche io.