Eresie d’oltreoceano, rimozioni di casa nostra

Gentile direttore, l’articolo di Lorenzo Malagola apparso sul numero di maggio (“Preservare il conservatorismo dalle eresie d’oltreoceano”) solleva una questione che come cattolici impegnati in politica sentiamo urgente. Le tre sfide che individua — il rapporto tra Dio e potere, il concetto di Patria, l’antropologia che si affaccia dietro il trumpismo e i suoi mentori tecnologici — sono reali e formulate con lucidità. In particolare la diagnosi sulla “protestantizzazione” del conservatorismo e sulla deriva apocalittico-accelerazionista di certa Silicon Valley coglie un punto che troppi, anche nel mondo conservatore continentale, hanno preferito ignorare.

Vorrei però aggiungere alcune considerazioni che, credo, possano arricchire il dibattito.

La prima è che il conservatorismo europeo continentale — e quello italiano in particolare — un riferimento culturale ce l’ha già, e non deve costruirlo ex novo. È l’esperienza del popolarismo, e ancora più a monte quella del personalismo cristiano: Maritain, Mounier, e nella tradizione italiana Giorgio La Pira, Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi. Quando La Pira scriveva che il Vangelo è “un manuale di ingegneria” che rivela le “leggi costituzionali, ontologiche dell’uomo”, stava dicendo qualcosa di molto vicino a ciò che Malagola afferma sull’ontologica bontà del reale. La via mediterranea al conservatorismo che l’articolo invoca non è da inventare: è da riconoscere come patrimonio già nostro.

La seconda considerazione, più impegnativa, riguarda un’omissione che mi pare strutturale nelle elaborazioni della destra contemporanea – e qui non parlo solo del trumpismo, ma anche di esperienze europee più moderate. Il personalismo poneva al centro la persona intesa come soggetto libero, relazionale, portatore di una dignità che precede ogni appartenenza politica. La destra del nostro tempo ha progressivamente rimosso questa categoria, sostituendola con quella di nazione come tutore dei bisogni. Il cittadino non è più chiamato a esercitare una libertà responsabile dentro corpi intermedi e comunità vive, ma è destinatario di protezioni che lo Stato (la Nazione…) gli garantisce contro nemici esterni e interni.

Si pensi, per restare a un esempio italiano recente, alla triade valoriale con cui il generale Vannacci ha lanciato la sua esperienza politica: Patria, tradizioni, famiglia, declinata poi in identità e sovranità. È una formulazione che merita attenzione non per il suo peso elettorale, ma perché rivela con particolare chiarezza la grammatica profonda di una certa destra contemporanea. Persino rispetto alla classica triade cattolica “Dio, Patria, Famiglia” – pur con tutti i suoi limiti retorici – si registra una doppia rimozione: scompare il riferimento trascendente, e con esso scompare la persona come fondamento.

Da questo punto di vista il nazionalismo assistenziale di destra è meno distante di quanto sembri dallo statalismo di sinistra: entrambi hanno smarrito la persona, lavorano sull’individuo da proteggere anziché sul soggetto da liberare.

La terza considerazione è il corollario naturale della seconda, proiettato sul piano internazionale. L’erosione del multilateralismo e il ridimensionamento degli organismi internazionali, presentati oggi come riconquista di sovranità, sono in realtà l’altra faccia della stessa rimozione. Il sistema multilaterale del dopoguerra – dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 alle istituzioni comunitarie – è figlio diretto del personalismo cristiano, e il suo presupposto filosofico era che i diritti precedono lo Stato perché iscritti nella persona stessa. Lo Stato li riconosce, non li concede.

Quando oggi i diritti smettono di essere universalmente riconosciuti e diventano selezionati dalle nazioni in base alla convenienza, difesi solo quando coincidono con la propria proiezione culturale, non stiamo assistendo a una sana correzione di derive ideologiche di matrice woke (anche se queste sono reali e meritano di essere combattute). Stiamo assistendo a un cambio di paradigma: i diritti non sono più attributi della persona, ma strumenti dello Stato. È una mutazione che dovrebbe inquietare profondamente chi si dice conservatore, perché tradisce le radici stesse della civiltà che dichiara di voler difendere. Il personalismo europeo riconosce; il nazionalismo seleziona.

C’è infine una questione che il dibattito non potrà eludere a lungo, e che riguarda non le idee ma i contenitori. Conservatorismo e popolarismo non sono sinonimi. Il primo è una sensibilità, una disposizione verso la realtà, come giustamente ricorda Malagola. Il secondo è una tradizione politica precisa, con una sua genealogia che parte da Sturzo e arriva al popolarismo europeo contemporaneo, e con un nucleo dottrinale – il personalismo cristiano, la dottrina sociale della Chiesa, il primato dei corpi intermedi sullo Stato – che non si improvvisa né si eredita per affinità. Si può essere conservatori senza essere popolari, e la storia recente ne offre molti esempi.

La questione è particolarmente acuta perché chi oggi propone di edificare il conservatorismo “latino e mediterraneo” lo fa spesso portando in dote un capitale culturale popolare (la formazione degasperiana, il radicamento ecclesiale, la sensibilità personalista). Ma il popolarismo non è un capitale individuale trasferibile a qualunque contenitore politico. È una tradizione collettiva con una sua coerenza, e l’operazione di traslocarne il lessico dentro una cultura politica di altra origine rischia di essere, alla fine, un’operazione di branding più che di pensiero.

Va dato atto a Giorgia Meloni di aver posto la questione del conservatorismo italiano con serietà, aprendo uno spazio di riflessione che mancava. Proprio per questo, però, il dibattito non può limitarsi a marcare la distanza dalle derive d’oltreoceano: deve interrogarsi se le sue stesse premesse europee siano oggi all’altezza della tradizione personalista da cui dice di voler ripartire. Le eresie, per citare ancora Malagola, talvolta arrivano da lontano. Più spesso nascono in casa.

Massimiliano Bombonati

Segretario generale di Rete Popolare

(Pubblicata originariamente il 17 maggio 2026 su Tempi.it nella rubrica “Lettere al Direttore” https://www.tempi.it/risate-amare-giornalismo-inchiesta-italia/?fbclid=IwY2xjawR2U45leHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe90OzHsCIck04WahpA75Z2Qnm5638lbRvMegDTIiOzzlSl3W_51V_I72IkXM_aem_WIdfV5dYk5dNx3t0c4gGUg)