Dove vanno i moderati?

Mi stupisce il fatto che pochi notino le evidenti analogie tra quanto sta accadendo nel panorama politico odierno e quanto avvenuto negli anni del post tangentopoli.

Ma ancora di più mi stupisco di quanto poco ci si renda conto che questa è tutto fuorché una crisi del voto moderato.

Piccola premessa, un po’’ provocatoria: l’elettore moderato, come categoria politica, non è mai esistito o perlomeno non esiste più dall’ 1989.

E’ una categoria utile alla dialettica e di cui tutti – me compreso – abbiamo fatto e  facciamo un uso meramente funzionale per definire i contorni di una contrapposizione tra ciò che è ritenuto “normale” e “sistemico” rispetto a tutto ciò che ne sta fuori. Al massimo, “moderato” è una distinzione di stile, di tono, ultimamente esteriore. Da tempo non regge più nemmeno la contrapposizione ideologica tra conservatore e progressisita e sono paurosamente insufficienti le etichette di destra e sinistra.

Vi sembrano “moderati” i toni di Grillo? Eppure la maggior parte degli amministratori eletti nelle sue liste hanno, almeno all’apparenza, un low profile.

Nulla a che spartire con taluni toni della Lega o di alcuni esponenti del PdL, che però, secondo l’accezione di cui in premessa, dovrebbero essere iscritti d’ufficio nella cerchia del moderatismo politico.

D’altra parte si può pensare che a Parma gli elettori di Pizzarotti siano tutti degli assatanati estremisti? I voti sotto i Portici del Grano sono arrivati, specie al secondo turno, da quegli  elettori (che appunto impropriamente, per comodità espositiva definirò moderati) che solo pochi anni fa, avevano sostenuto in massa la precedente e fallimentare giunta di centrodestra.

E allora? Mi pare evidente che i moderati veri – che come tali non amano le etichette e, forse, non sanno neppure di esserlo – hanno cercato quella che è loro sembrata l’offerta politica più coerente con le proprie aspettative non trovandola più rappresentata nel PdL.

Altri invece hanno visto nel M5S una possibilità nuova e concreta di rispondere ai proprio bisogni. Ricordiamoci che di voto amministrativo si è trattato: scegliere chi si deve occupare delle buche nelle strade, degli asili, dei  parcheggi. La vita di tutti i giorni appunto, vita “moderata”…

Poi, certamente,  il voto è stato anche un voto di forte protesta e di desiderio di cambiamento.

Ma cos’era Forza Italia il 27 marzo del 1994 se non una lista civica, fatta di persone e sostenuta col voto di persone che spesso non avevano mai avuto a che fare con la prima repubblica e i suoi partiti e che anzi vedevano nei partiti il simbolo di tutto il mal governo e la causa prima della crisi che – oggi come allora – ammorbava la vita pubblica ed economica del Paese? Vi ricordate che la parola “partito” era stata abolita dal dizionario istituzionale (ricordate il tristissimo “SI” di Boselli che altri non era se non il vecchio Partito Socialista Italiano amputato nella lettera “P”)? Silvio Berlusconi ha rappresentato la novità, un modo di far politica diverso, fuori dal teatrino dei partitocrazia.

Grillo e il Berlusconi del ‘94 (come prima di loro il Bossi di Pontida), pur con strumenti diversi e con obiettivi spesso antitetici, sono figure carismatiche che hanno saputo rappresentare una frattura netta con il passato, rinnovando la voglia di partecipazione nella cittadinanza.

Non a caso abbiamo avuto una stagione di amministratori  – cito fra tutti l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini  e l’incredibile exploit dell’ottimo Guazzaloca a Bologna nel 1999 o nel campo avverso, l’avventura friuliana di Illy – che, pur essendo sostenuti dai partiti, hanno sempre cercato una distanza più o meno marcata dalle Segreterie Politiche, rivendicando orgogliosamente il loro essere espressione della realtà civile e produttiva.

Dunque, sono gli elettori a non essere più moderati o è il PdL a non rappresentarli più?

(continua)